Fumo e Polvere | Racconti Indigeribili

Fumo e Polvere | Racconti Indigeribili

Scritto da Andrea Cracco -
- Illustrato da da Michela Crespi


Fumo e polvere                             

Ti sei appena svegliato, è una mattina come tante.
Ti alzi e vai a fare colazione. Hai addosso il pigiama blu scuro a pois bianchi. Ti prepari un buon caffè caldo e prendi il pacco di biscotti integrali dalla dispensa. Ne mangi un paio. Non ti piacciono, ma è tua moglie a fare la spesa e te li fai andare. Adori il profumo che emana il caffè fumante e adori accoccolarti alla tazzina per scaldarti le mani. Guardi fuori dalla finestra, è grigio, è scuro, è monotono. In tv, il telegiornale del mattino spara le notizie come un mitragliatore. Abbassi il volume. Ora, la tv silenziosa illumina la stanza con le luci della cronaca nera: bombe, terrorismo, pandemie. Il silenzio, le luci e il profumo del caffè. Quanto ti piace il profumo del caffè.
Dopo la colazione vai in bagno e ti lavi il viso e i denti. Come ogni giorno poi, nel silenzio, ascolti il rasoio spuntare i peli neonati della tua barba. Quel rumore strusciante ti rilassa. Per ultima, metti la lozione dopobarba che ti ha regalato tua moglie a Natale. Lei sta ancora dormendo, ora che non lavora si sveglia con più calma. Di comune accordo, avete deciso che lei si dedicasse ai figli e che fossi tu a portare a casa la pagnotta. È un modo di dire vecchio, stupido e banale, ma ti fa sentire uomo, realizzato, appagato. Ti fa sentire il capo famiglia. Sei cresciuto in un contesto maschilista, ne sei permeato.
Passi davanti alla camera dei bambini, dai uno sguardo dentro. Ancora dormono.
Torni in camera e prendi un abito grigio e una camicia bianca. Ti vesti lentamente ma svegli comunque tua moglie. «Ehi, amore» ti dice lei assonnata. Ti avvicini, le dai un bacio e le dici «Buongiorno, c’è del caffè caldo in cucina». Poi la saluti con un altro bacio, torni in salotto e ti infili le scarpe di cuoio. Quando le indossi ti senti già in ufficio e l’idillio della tua routine mattutina finisce. Dopo aver preso il cappotto lungo dall’attaccapanni all’entrata, dai uno sguardo alla casa e fai un respiro profondo.
Quando sei al lavoro stai al computer a inserire numeri. Lo fai tutto il giorno, lo fai da una vita. Tanto che non ti ricordi nemmeno quando è iniziata. Fai la pausa caffè alla solita ora e parli sempre con le stesse persone. La pausa pranzo la passi nei soliti due o tre locali lì vicino, e sempre con le stesse persone. Mentre stai al computer a inserire numeri, con la testa sei proiettato alla serata. Ti immagini come la passerai: magari guardando una partita, se ce n’è una, o con un film per poi addormentarti sul divano. Se fosse venerdì, ti fermeresti per un aperitivo lungo con qualche collega. Ma oggi è mercoledì, e speri che ci sia almeno una partita da guardare.
I colleghi sembrano preoccupati, ma lo sono di continuo. C’è sempre qualcuno convinto che il mondo finirà. Ma non sei mai tu, tu non pensi a queste cose. Tu i telegiornali li guardi ma non li ascolti, i giornali li vedi ma non li leggi. Tu pensi a portare a casa la pagnotta. Tu sei concreto. Pensi a te stesso e alla tua famiglia, e fai bene. Sì, ti rattristano le disgrazie del mondo, ma non ci puoi fare nulla. Quando era finito il caffè, lunedì mattina, sei stato peggio. Ma ora c’è qualcuno davvero preoccupato. Qualcuno parla di invasione, qualcuno di missili. Si parla di morte. Sai anche tu che ogni tanto queste cose succedono in giro per il mondo, ma sono sempre lontane e il mondo è così grande.
All’improvviso senti un boato. Il pavimento trema. Polvere d’intonaco scende come neve dentro al tuo ufficio. I neon sfarfallano. Il tempo rallenta. Passi tre lunghi secondi nel silenzio. Poi senti delle urla provenire dal corridoio. Esci spaesato dal tuo ufficio e vedi un trenino improvvisato di persone assiepate l’una sull’altra. I tuoi colleghi affollano le vie d’uscita cercando di scappare. Scappano tutti e lo fai anche tu. «Moriremo!» urla qualcuno. «Ci bombardano!» urla qualcun altro. Ora ti chiedi che diavolo stia succedendo. Bombardamento? Di chi? Perché? Perché qualcuno dovrebbe bombardare il tuo paese? In lontananza, ovattati dai vetri delle finestre, echeggiano gli allarmi delle auto.
Fumo e polvere, fumo e polvere, allarmi e urla. Mentre guardi dalla finestra vedi altre due esplosioni. Sei scioccato. Pensi alla tua famiglia. Il fumo nero e denso copre la città e tu pensi alla tua famiglia. In fretta e furia provi a telefonare a tua moglie, ma non c’è linea. Tutte le tue certezze iniziano a crollarti addosso come i detriti delle esplosioni. Decidi di uscire dallo stabile e di correre a casa. Vuoi dormirci su, e domani mattina farti un buon caffè, salutare moglie e figli e tornare al lavoro. Che giorno è oggi? C’è la partita?
Esci dall’edificio e corri verso casa tua. Corri a piedi, perché la strada è intasata di auto strombazzanti in fuga, in coda, ferme. All’improvviso un fischio nell’aria, un’altra esplosione, proprio vicino a te.  Fumo e polvere, fumo e polvere, fumo e polvere. Pulviscolo di cemento ti entra in bocca e lo senti scricchiare tra i denti. Gli occhi iniziano a prudere, lacrimare, bruciare. Un bambino cerca la madre piangendo, tu corri. L’aria calda e bagnata ti entra nelle narici, quando arriva al palato ti sembra riconoscere uno strano sapore. L’aria è piena di sangue, sangue evaporato. Inizi a piangere e corri. Corri verso casa. Ai bordi della strada, le case sono cumuli di macerie. Frammenti di persone, qua e là un braccio, una gamba. Il terrore negli occhi di chiunque. Intanto un’altra esplosione lontana fa tremare la terra sotto i tuoi piedi. E ora un'altra. E un'altra ancora. Il tuo vestito grigio è impolverato, la camicia è gialla, madida di sudore. Le tue scarpe di cuoio sono piene di graffi e sporche di sangue e fango. Piangi e corri. Fumo e polvere, fumo e polvere, fumo e polvere.
Ti chiedi perché stia succedendo proprio a te, perché non sia successo a uno dei tanti, soliti, paesi in guerra. Ti chiedi perché il mondo abbia deciso di finire proprio ora. Ti chiedi perché debba finire proprio il tuo mondo. E corri. E piangi. Ti dici che non sei pronto a morire, ti dici che non sei pronto a una cosa del genere. Non sei pronto perché non lo si è mai, ma tu non lo sai, non ci avevi mai pensato. Avevi trascurato il mondo e le sue contingenze. Non avevi mai pensato a come potessero vivere le persone di quei tanti, soliti, paesi in guerra. Una vita distratta e incantata. Ora tocca a te, è il tuo paese ad essere in guerra. Una guerra che non capisci, non conosci, non comprendi. Che non è tua ma lo diventa. Una da cui scappare. Pensi di lasciarti tutto alle spalle e di scappare con la tua famiglia. Ma dove? Pensi di abbandonare tutto e scappare in un altro paese. Ma che paese ti vorrà se non avrai più nulla da dare?
Quando sei davanti alla tua casa scoppi in lacrime. Lacrime di gioia. La tua casa è in piedi. Corri dentro e trovi tua moglie e i tuoi figli, si abbracciano terrorizzati in mezzo al salotto. Tuo figlio se l’è fatta addosso e ha riempito il tappeto di urina. Tua moglie ti cerca con lo sguardo di chi vuole risposte, soluzioni. Ma tu non ne hai. Li stringi forte. La terra trema di nuovo. Fumo e polvere, fumo e polvere, fumo e polvere.
Ti svegli.
Tua moglie dorme ancora, tu sei fradicio di sudore. Pensi sia stata colpa dell’aperitivo lungo del giorno prima, quello che hai improvvisato insieme ai colleghi. Pensi che non dovrai più bere di martedì. Dai un bacio a tua moglie, lei si gira addormentata. Scendi a fare colazione. Hai addosso il pigiama blu scuro a pois bianchi. Cerchi il caffè ma non lo trovi. Non ci voleva, pensi. Che brutta giornata, pensi.

© Un racconto di Andrea Cracco - Illustrato da Michela Crespi - Editing di Paolo Perlini


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